GIN E CINEMA

L’alcol e i suoi effetti hanno sempre avuto un fascino particolarmente cinegenico, tutto da ridere o disperatamente melodrammatico, secondo i casi. Prima ancora che il proibizionismo offrisse una affascinante cornice al genere gangster, i beoni di primo Novecento sognavano di volare sui tetti delle città, oppure si convertivano improvvisamente alla sobrietà dopo qualche spettacolo edificante. 

ll gin, in particolare, versato da bottiglie di marca pregiata o distillato illegalmente nelle vasche da bagno degli anni Venti, ritorna con insistenza nei cocktail shakerati o mescolati, soprattutto sui set di Hollywood.  D’altronde gli USA subiscono in modo particolare il fascino del bartendering. Lo declama anche Tom Cruise, ultimo dei barman poeti, nell’unica scena cult di Cocktail (1988), film per il resto invecchiato malissimo:

America io so che dal profondo tu ammiri

Chi sensazioni sa darti a iosa.

Ma se vuoi sentirti su di giri

perché allora non vieni a ordinare qualcosa?

 

Sullo schermo bersi un drink non significa solo abbassare opportunamente le inibizioni, a tutto vantaggio del disvelamento di amori, odi o attrazioni erotiche atti a mandare avanti la storia. Ordinare da bere, per un personaggio, vuol dire anche svelare agli occhi dello spettatore aspetti intimi della propria vita e del proprio carattere. Lo sappiamo tutti, d’altronde: dimmi cosa bevi e ti dirò chi sei. 

Vale anche al contrario, dimmi cosa non bevi ed ecco svelato qualche tuo segreto: in L’uomo che cadde sulla terra (1976) un confuso (ma sempre affascinante) David Bowie rifiuta ripetutamente il gin che gli offre Mary Lou/Candy Clark, almeno ai loro primi incontri. Non lo tenta un «bel bicchiere di Gin_tonic, con quattro cubetti di ghiaccio e una fetta di limone». Vuole solo acqua. «Lei beve acqua come se le piacesse» commenta Mary Lou, servendosi abbondantemente di Beefeater London gin. Evidentemente l’affascinante alieno non si è ancora davvero ambientato alla vita sulla terra.

Il contatto con le realtà, per altri motivi, non è il punto forte nemmeno di Raul Duke e del Dr Gonzo, protagonisti del lisergico Paura e delirio a Las Vegas (1998), fantasia on the road del regista Terry Gilliam ambientata sulla West Coast dei primi anni Settanta. Duke e Gonzo, alias Jonny Deep e Benicio Del Toro, il gin lo amano, ma in una versione più pop e colorata, in linea con la loro (alterata) visione del mondo. Quando ricevono la telefonata che darà il via al loro viaggio, sul tavolino nella zona patio del Beverly Hills Hotel di Los Angeles rimane abbandonata una foresta di bicchieri di Singapore_Sling (vanno bevuti con mescal a parte – naturalmente). Duke/Deep, uscendo dall’hotel, tiene ben stretto uno dei suoi bicchieroni rosa fino alla macchina, inseguito senza successo dal cameriere. Si intende che il conto rimarrà in sospeso, come la vita.

Il contatto con le realtà, per altri motivi, non è il punto forte nemmeno di Raul Duke e del Dr Gonzo, protagonisti del lisergico Paura e delirio a Las Vegas (1998), fantasia on the road del regista Terry Gilliam ambientata sulla West Coast dei primi anni Settanta. Duke e Gonzo, alias Jonny Deep e Benicio Del Toro, il gin lo amano, ma in una versione più pop e colorata, in linea con la loro (alterata) visione del mondo. Quando ricevono la telefonata che darà il via al loro viaggio, sul tavolino nella zona patio del Beverly Hills Hotel di Los Angeles rimane abbandonata una foresta di bicchieri di Singapore_Sling (vanno bevuti con mescal a parte – naturalmente). Duke/Deep, uscendo dall’hotel, tiene ben stretto uno dei suoi bicchieroni rosa fino alla macchina, inseguito senza successo dal cameriere. Si intende che il conto rimarrà in sospeso, come la vita.

Se pensiamo a un personaggio che ha saputo fare del proprio aperitivo un vero e proprio biglietto da visita, comunque, è inutile girarci intorno: da questo punto di vista, oltre che da molti altri, James Bond non ha rivali. 007 è inscindibile dal proprio Martini, nelle pagine di Ian Fleming come al cinema. Sullo schermo fino a tempi recenti si tratta quasi sempre del Vodka Martini, rigorosamente «agitato, non mescolato». 

La prima avventura in cui Sean Connery presta il suo carisma all’agente segreto più famoso del mondo è 007 – Licenza di uccidere, uscito nel 1962, ma inspiegabilmente si sono dovuti aspettare più di quarant’anni perché Daniel Craig, uno dei successori più convincenti di Sean, ordinasse finalmente al barman «Un dry Martini…tre parti di Gordon su mezza di vodka e una di Kina Lillet. Agitato con ghiaccio» e con aggiunta una sottile scorza di limone. Il film è Casino Royale (2006), il cocktail è il Vesper_Martini, così battezzato in onore di Vesper Lyndt, la donna di cui Bond è quasi innamorato. «Per via del retrogusto un po’ amaro?» ipotizza lei chiedendogli conto della scelta del nome. «No, è perché una volta che l’hai assaggiato non puoi più bere altro», ribatte lui. Naturalmente, fuor di metafora, ci saranno per lui molti altri cocktail e altri amori. Ma Vesper rappresenta qualcosa di speciale. Solo uno è il nome della donna con cui si battezza il proprio cocktail preferito.

Saper fare bene un Dry Martini (decisamente il cocktail più cinegenico di tutti), comunque, al cinema sembra una delle competenze indispensabili per apparire un vero uomo di mondo. Non per niente è uno tra i fondamentali insegnamenti che zia Mame, scapestratissima ma irresistibile socialite interpretata da Rosalind Russel, impartisce al giovane nipote Patrick, quando viene affidato alle sue cure. Una delle scene più famose di La signora mia zia (1958), infatti, mostra il ragazzino dodicenne mentre prepara un impeccabile Martini per un ospite di passaggio. «Mescolato non agitato, per non rovinare il gin», dichiara sicuro. Chissà cosa gli avrebbe risposto James Bond. Tantopiù che la maggior parte dei barman esperti darebbero ragione al giovane Patrick.

Sarebbero probabilmente meno d’accordo sull’omissione della classica oliva. Patrick non la mette, perché così gli è stato insegnato: la zia ritiene che «l’oliva prenda troppo spazio in un bicchiere così piccolo». 

Le ritualità da perfetto gentlemen hanno senza dubbio il loro fascino, tuttavia, rispondono anche, da sempre, a una meno simpatica funzione di distinzione sociale. L’arte non solo di preparare, ma addirittura di bere un Dry Martini non fa eccezione. I borghesi annoiati de Il fascino segreto della borghesia (1972) sul tema la sanno lunga: ricordano che la moda di New York del 1935 era aggiungere alla ricetta classica due gocce di Pernot e soprattutto che il Martini va bevuto come lo champagne, cioè «va un po’ masticato». Chiameranno a brindare Maurizio, l’autista di uno di loro, solo per compiacersi della sua scarsa conoscenza del galateo alcolico. Lui, infatti, imbarazzato, anziché sorseggiare il drink lentamente, lo manderà giù tutto di un fiato. «Bisogna capirlo, Maurizio è un uomo del popolo, non ha avuto una educazione» commenta comprensiva una delle signore. «Nessun sistema potrà dare al popolo l’auspicabile raffinatezza» risponde Rafael/Fernando Ray. 

Oggi anche noi del popolo abbiamo imparato come si beve un Martini. E comunque il grande regista Luis Bunuel condanna i suoi raffinati borghesi, dopo l’aperitivo, a restare perennemente senza cena.